fbpx

Il mistero di mario

Mario fumava la pipa e di quei sbuffi di nebbia muta si vestiva.

Mario,
un falegname e qualcosa di più,
nel silenzio cieco della sua bottega,
costruiva orologi di legno.

Ben levigati, per inseguire il tempo che fugge.
Precisi, per spaccare il secondo e poi superarlo.

Orologi del secondo prima,
lancette di pioppo,
meccanismi in quercia,
più veloci del tempo che passa.

Gli orologi miracolosi di Mario erano molto richiesti.
Molte persone, di ogni dove e di ogni come, si mettevano in coda per acquistarne uno.
Seri uomini d’affari, mamme indaffarate e bambini che aspettano il natale.
Verso sera, poi, per ultimi giungevano quelli che arrivano sempre in ritardo.
Loro ne compravano a pacchi, sperando che con un bel cumulo di secondi ancora da venire, potessero finalmente arrivare in orario.

Gli orologi di Mario anticipavan l’adesso, nessuno sapeva come, ma ci riuscivano.
Solo Mario ne conosceva il segreto, e farsi dire un segreto, poi uno così prezioso da chi non parla mai era impresa impossibile.
Dalla sua bocca, solo piccole nuvole di fumo, della pipa sempre in bocca.

Neanche al lavoro diceva mai nulla: ero pieno di cartelli che rispondevano a tutte le domande dei clienti che entravano.
Non parlava mai con nessuno e nessuno aveva mai sentito la sua voce, solo qualche grugnito di lamento se per caso, nella sua bottega, c’era troppo baccano.
Mario era molto famoso, tutti sapevano cosa faceva ma nessuno sapeva chi era.
Nei bar e nelle piazze non si parlava d’altro: chi era Mario? Da dove veniva quel falegname così speciale?
Mille storie nascevano in ogni angolo della strada, una fame di saper che non trovando cibo nella realtá lo cercava nella fantasia.
A seconda del bar cui si entrava Mario diventa un mago sceso dalle montagne, uno scienziato scappato da una guerra lontana, o addirittura smetteva di esistere perché era solo creatura di fumo, spirito del tempo.
Ma tra le storie immaginate nessuna andava così oltre da pensare che l’uomo del legno, in realtà, veniva dal mare.

Aveva navigato tanto, solcato ogni rotta e incontrato più volte tutte le albe del mondo.
Da quel che si ricordava, Mario, era sempre stato a bordo di una nave.
Una vita blu e dal rumore di schiuma di mare.
Quando doveva abbandonare il suo mare, per rifornirsi al porto, rimaneva a bordo per la fretta di tornare da lui.

Ma,
una volta,
quella volta,
una decisione improvvisa,
fulminea,
spiazzante:
scendere.

A terra i passi in fila uno all’altro attraverso i vicoli in lungo e in largo.
Ma più i passi aumentavano, più i piedi si sentivano a casa e dopo quell’ultima stradina, decisero che non volevano più tornare indietro.
Mario, si agitò, non sapeva cosa fare e li provò a convincere: gli raccontò di belle avventure passate insieme e di tutte quelle tonalità di blu, quei meravigliosi banchi di blu, che avevano incontrato e che ora li stavano aspettando.
Ma i piedi non lo ascoltarono e fermi della loro decisione, continuavano a passeggiare tra le stradine e i vialetti della città.
Mario era prigioniero delle sue scarpe e preso dallo sconforto, passò il tempo guardandosi attorno.
Occhi strabuzzanti,
punzecchiavano in giro.
Allora vide per la prima volta colori nuovi, colori mai conosciuti prima: Quelli della vita nelle case che spuntavano dalle finestre e quelli di un albero quieto, assonnato in mezzo al traffico.
Nuove sfumature e tonalità che ammicanti lo seducevano, lo fascinanavo.
Un’attrazione istintiva che non riusciva a trattenere.
In poco tempo, dopo quasi cinquanta passi, Mario tornò d’accordo con i suoi piedi e diede addio al Mare.

Comprò bottega ed iniziò a lavorare.
Gli anni gli sgusciavano via, tra i martelli e gli scalpelli, ma il marinaio che era in lui… era ancora con lui.

E prima di finire incastrato dentro un cassetto in fondo al cuore.
Fece un balzo dal petto, si aggrappò al collo, alle orecchie e su a salire fino alla testa.
Un’arrampicata pericolosa, ma una volta giunto sul capo, finalmente al sicuro, si nascose fra i capelli.
In quella giungla con la forfora si fece strada tra la vegetazione e costruì un piccolo rifugio, montando la sua tenda.
Da quella postazione, il piccolo marinaio che era in lui, vedeva Mario lavorare.
Aggrappato ai capelli che, si tingevano sempre più di bianco, pensava al mare, ne coltivala il dolce ricordo, annaffiandolo ogni giorno con qualche lacrima salata.

Il piccolo marinaio, aveva paura di dimenticare, di asciugare la memoria.

Un ricordo d’acqua, prezioso, che se si fosse sciolto sarebbe sparito per sempre.
Un giorno d’Agosto dal calore leone assalì feroce il ricordo e lui lo difese con un forte pianto, talmente forte che anche Mario lò sentì.

Allora il misterioso falegname smise di lavorare, si guardò dalla specchio
e vide una lacrima attraversargli la fronte,
poi ne vide un’altra,
un’altra ancora,
e ancora,
e ancora…

Era acqua salata che aveva bisogno di una nave.

Allora prese un foglio,
lo piegò,
ne fece un cappello
lo indossò… e poi uscì di casa.

Sulla testa, una barca di carta
per il marinaio, la gioia di tornare a bordo.

Il piccolo marinaio smise di piangere e tornò ad annusare il vento dalla sua nuova imbarcazione fatta di giornali.

E se il piccolo marianaio annusava felice il vento,
Mario rifletteva su di esso…

Che fine faceva il vento?
Dopo che era passato di qua,
e aver salutato tutti,
con una carezza sul volto…

Ma il marinaio nel cappello sapeva che il vento non fa nessuna fine, che fa lunghi giri a volte lunghissimi, ma poi ritorna sempre.
Basta sapere aspettare.

Finalmente di nuovo comandante di una barca sulla testa, era di nuovo pronto a navigare.
Al via una nuova rotta, tra il sereno e la tempesta, di una vita tra il mare di gente della terraferma.

E proprio quando stava per levare l’ancora,
in quel preciso momento,
un profumo saliva nel naso,
profumo di un vento ritornato da un lungo viaggio,
un odore antico,
che incontró molto tempo fa,
la prima volta che prese il mare.

Chatta
Scrivimi!
Ciao posso aiutarti?
Powered by