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Animali di città

Sto guidando.
Odio guidare.

Quando guidi sei obbligato a star concentrato:
pensare alla strada, ai semafori, ai cartelli stradali, a cambiare le marce e alle altre macchina che ti vengono addosso. 
Sei obbligato a star concentrato su tutti quei cretini che, a loro volta, stanno concentrati sugli tutti gli altri cretini per strada, te compreso.
E si sta tutti con le mani sul volante, stretti dalla cintura di sicurezza pronti ad vomitare insulti su qualunque pedone osi ad attraversare la strada interrompendo la tua marcia.

Nulla rende piú cattivo l’uomo del traffico.
In pratica uno schifo.

Dopo la mia dose di stress quotidiano, finalmente abbandono la giungla del traffico e prendo una piccola strada secondaria.
Solo, posso accelerare e sfogare cosí il gas represso della giornata.

Un gran senso di liberazione.

Mentre sto guidando a cuor leggero, vedo un piccione in lontananza, fermo in mezzo alla strada.
Si sposterà, dico io.
“Proprio per niente”  Lo sento pensare.
Rallento.

Sono sempre piú vicino,
lui immobile,
ora gli sono quasi addosso..
sono proprio sopra di lui.
Non voglio schiacciarlo,
strizzo la faccia,
non lo vedo più..
O mio dio… l’ho schiacc..

Mi vola accanto.
Appena in tempo.

Piccioni.
Animali idioti.

E se invece fossero coscienti di quel che fanno?
Se quel che è appena successo fosse stato per lui un’ importante prova di coraggio?
In fondo altrettante nostre azioni, nobili e coraggiose dal nostro punto di vista, possono apparire stupide e senza senso agli occhi di un altra specie intelligente osservatrice, ma anche piò semplicemente ad un’altra cultura.
Mi vengono in mente rituali tribali che per noi occidentali appaiono assolutamente senza senso.

Quindi immaginiamo che i piccioni si piazzano per strada appositamente, in attesa dell’arrivo di un automobile, per sfidarla.

L’auto arriva veloce, possente e pesante.
Lui sa che l’impatto gli sarebbe fatale ma, senza paura, guarda la morte avvicinarsi.
Rimane ad osservarla con quei occhi tranquilli, freddi, senza emozioni.

E Come un torero che sfida il toro, il piccione sfida l’ auto e, all’ultimo momento, ma solo all ultimo momento, si alza in volo lasciando sfilar via il mezzo sotto le sue ali aperte. Proprio come il torero con la muleta.
Io sono ignaro del rito,  passo oltre con il paraurti indenne e lui, impavido, dopo aver vinto la sua sfida con la morte, riatterra tronfio sulla carreggiata.

Lassù sugli alberi la folla è in delirio.
Un esplosione di gioia.
I piccioni applaudono e invocano il suo nome e le piccione lanciano fiori e urlano dichiarazioni d’amore.
Lui ringrazia tutti con un inchino e salutando si ritira uscendo di scena.

Quindi entra in camerino e, stanco, si abbandona sulla sieda.
Dopo qualche secondo si riprende, apre il frigobar sotto la specchiera, c’è una bottiglia di Martini e del ghiaccio.
Si fa un drink.
È solo.
Si sentono in lontananza le urla dall’arena.
Dopo qualche attimo di pausa, beve il primo sorso dal suo bicchiere.
Si guarda allo specchio.
Beve un altro sorso e si riguarda allo specchio.

È un bravo piccione da arena, lo sa.
La folla lo adora, è innegabile.
Ma…
Una volta, dopo un’esibizione del genere, ancora pieno d’energie, avrebbe scelto una picciona a caso dal pubblico e se la sarebbe portata in camerino per far follie. Ora invece è solo e affannato. Quanto potrà durare ancora? Ormai non è piú giovanissimo, deve ammetterlo.

Un altro sorso.
Si riguarda.

Le cicatrici di anni di arena sono ben visibili e.. Seppur ancora decisamente sexy, i loro solchi si stanno confondendo con quelli del tempo che passa.
Quanti combattimenti potrà ancora sopportare?
Quanti prima di perdere il riflesso giusto e perdere una zampa o un ala?

Un altro sorso.
Il bicchiere è vuoto.
Guarda la bottiglia.
Ragionando tra se e se aveva bevuto un’intera boccia di Martini senza accorgersene.

E si era fatto anche tardi.
Fuori era decisamente buio e non c’era piú alcun brusio di sottofondo.

Si alza.
Barcolla
ma non aveva ancora finito..  era l’ora di andare al bar, al bar dei gladiatori.

Il bar dei gladiatori era il punto di ritrovo preferito dei combattenti e degli ex combattenti, si trovava nel retro di un pub umano del centro storico, dove, tra i bidoni della spazzatura, nelle bottiglie gettate, si trovava la migliore birra avanzata della città.

Il locale era sempre pieno e gli affari giravano bene.
Moe il ratto, il gestore, era molto orgoglioso del suo bar.
Moe,
in realtà,
era il gestore di molti bar.
Anzi, a pensar bene.. Moe era il gestore di tutti i bar della città.

L’intero spaccio di avanzi di bottiglie era nelle sue mani, non c era una birra o mezzo whisky che non passasse da lui.
I ragazzi di Moe passavano tutte le notti a recuperare dai bidoni le merci migliori che poi rivendevano al mercato nero dei tombini.

Rovistare nei bidoni è un lavoro difficile e molto pericoloso, la città è cosparsa di veleno che uccide molti topi distratti, ma i suoi ragazzi erano decisamente preparati e professionali. Una squadra di bravi ragazzi che facevano i loro affari protetti dalla notte e dallo zio Moe a cui andava sempre un 10% di ogni ricavato.. per riconoscenza.

Cosí, in pratica, il ratto gestiva tutto il traffico dei rifiuti della città.
Ormai non aveva piú antagonisti da quando i gatti,
una volta unici padroni delle strade, sono spariti di scena, rincoglioniti dal cibo delle gattare.

Già i gatti….

Una volta veri duri, implacabili.
Oggi pappe molli dedite ai canti, alle poesie e al sesso di gruppo.

Colpa della gattare.

Le gattare sono un mistero.
Apparentemente un fenomeno casuale, in realtà molto ben distribuito… troppo ben distribuito.

Ogni quartiere ne ha almeno una.
E nei quartieri grandi ce ne sono anche 2 o 3.

Quasi come se, la distribuzione delle gattare, fosse gestita da un piano regolatore molto preciso affinché nessuna colonia di gatti ne rimanesse sprovvista.

“Che le gattare provvedano al rimpinzamento di massa!”

Cibi grassi e pieni di schifezze che stordiscono e impigriscono i felini che, panciuti e paffuti, dimenticano la caccia e si abbandonano alle fusa e miagolii teneri.

Raccolgono fiori, ne fanno collane che poi regalano ad altri gatti appena conosciuti.
Suonano il flauto e danzano dipingendosi il muso di molti colori.
Ormai sono dipendenti dal cibo in scatola, dalle sue sostanze.

Si sono lanciati nel mondo dell’arte, così dicono.

Di notte dormono sui tetti per prendere ispirazione dalla luna.
Vogliono scrivere poesie, ma alla fine, impasticciati di whiskas, finiscono solo a far delle grandi orge negli edifici abbandonati che hanno occupato abusivamente.

“Libere Comunità espressive” le chiamano.
Orge rumorose che accompagnano con canti, suoni e recitazione di poesie pagane.
Cosí a metà tra un harem e un raduno hippie i gatti cantano e scopano, scopano e cantano di continuo.

Un casino infernale che mi sveglia durante la notte e mi costringe ad andare a chiudere la finestra..
Dopo i piccioni suicidi, ci mancavano i gatti in calore.

Stack!
Finestra chiusa.
Silenzio.
Un sospiro di sollievo.
Dato che ci sono apro il rubinetto e mi riempio un bicchiere d’acqua.

Glu…Glu.. Bella fresca.. Che piacere.

Torno a letto.
Buonanotte.
Domani vado a lavoro in treno.